A proposito di bollito (vedi articolo precedente), sono in attesa di Phil Anselmo and The Illegals - Walk Through Exits Only: probabilmente ne scriverò a settembre (assieme alla parzialmente defunta recensione di Tomorrow's Harvest). Nel frattempo sto creando il mio primo videogame, una cosa davvero impegnativa per i miei standard lavorativi, quindi mi rimane poco tempo per scrivere qui. In compenso ascolto un sacco di musica e nei ritagli preparo i mixtape per le ferie. Il 2013 è stato finora parecchio generoso con l'elettronica d'avanguardia (Holden, Bibio, Siriusmo, Mount Kimbie e Fuck Buttons); idem sul fronte opposto (heavy/psych/stoner/doom/prog e cazzivari), abbiamo perle di rara intesità come l'ultimo Uncle Acid (Mind Control), il meraviglioso Abra Kadavar dei Kadavar (che ahimè non usano Soundcloud), il nuovo dei Naam (Vow), quei tuonati dei The Flaming Lips (The Terror). Quaggiù trovate l'apice dell'apoteosi di 7 mesi di ascolti eterogenei e turbolenti. La lista sarebbe gargantuesca, mi limito a 10 perchè lo spazio è tiranno e devo nutrire la mia creatura: quando sarà pronta la demo, non mancherò di testarla sul blob. See ya!
Pagine
sabato 13 luglio 2013
DAVID LYNCH: THE BIG DREAM. UNA RECENSIONE FRETTOLOSA
lunedì 17 giugno 2013
OUTRAGE: BEYOND
Non so a voi, ma a me la cosiddetta
"trilogia del suicidio" m'ha fatto due palle così. Con
Outrage si tornava finalmente al rigido Beat-protocollo: mignoli
mozzati, brutali percosse, malavitosi che urlano ARROH BARROH ARRAH
NANDE RRAH ORREAH, sbirri corrotti, deferenze a 90°, e naturalmente
i meravigliosi tic di Tikano. Kitano.
Si tornava a sperare insomma.
L'eccessiva durata indulgeva talvolta nella noia ma ciò non
significa nulla, la noia è un fattore intrinseco al medium
cinematografico e bisogna saperci fare i conti. Anche Miike annoia.
Sion Sono annoia. Kurosawa (Kiyoshi, eh) annoia. Tsukamoto non
annoia, ma è un altro fottuto campo da gioco. Outrage narra per
l'appunto di un oltraggio, debito che si contrae facilmente negli
ambienti della yakuza, dove basta mezza occhiata storta al capo e
devi tagliare il dito. La faccenda è molto più grave: Otomo
(Takeshi Kitano) e la sua gang vengono incastrati dal boss Ikemoto in
una faida mortale, ordita dal capo supremo della famiglia Sanno,
deciso a sbarazzarsi delle famiglie scomode al fine di sbafarsi tutta
la torta tra estorsioni, pachinko, pornografia e speculazioni di
varia natura. La faida termina con lo sterminio totale dei membri
affiliati ad Otomo, il quale si salva in extremis affidandosi al suo
kohai (contrario di senpai) poliziotto, e finendo al fresco dove
morirà poco dopo pugnalato da un vecchio rivale.
Nel finale il vice-capo dei Sanno, il
servile e vessatissimo Kato, mette in scena l'ennesimo tradimento,
uccidendo il boss e prendendo possesso del clan.
Autoreiji: Biyondo inizia qualche anno
dopo gli eventi narrati nel precedente capitolo. Kato ha reso
possibile l'egemonia economica del clan, tuttavia alcuni capifamiglia
sospettano della strana dipartita del precedente boss e progettano di
rovesciarlo. Il complotto li porta a conferire con la potente
famiglia Hanabishi ad Osaka, nella convinzione che i rivali appoggino
il loro progetto di repentina destituzione del boss, ignorando però
l'alleanza che lega segretamente le due cosche. Al ritorno del
drappello a Tokyo infatti ci scappa il morto, che nonostante le
infinite prostrazioni e i salamelecchi, si becca un proiettile sul
grugno a monito per i poveri illusi con ambizioni sovversive. Il sospetto tuttavia s'è insinuato tra
le famiglie, e chi tenta di approfittarne è il solito sbirro
corrotto e doppiogiochista. Nel frattempo si scopre che Otomo era
sopravvissuto alle pugnalate, e sta per uscire dalla galera...
Il film parte lento e cerimonioso, si
concede qualche assaggio violento, prosegue ieratico con una mdp
leggermente più mobile rispetto al predecessore. Scene
misuratissime, che rilasciano piccole dosi di meravigliosa tensione
frustrata. Nulla sembra accadere nella prima metà del film, se non
chiacchiere, estenuanti riunioni al sakè e pochissime pistolettate.
In quest'atmosfera astratta, dove la civiltà umana è inesistente o
completamente ignorata, cova il Kitano beffardo pronto a scannare lo
spettatore con aggressioni di prim'ordine. Chi ne conosce la
filmografia sarà adeguatamente preparato. È un Kitano manierista di
sé stesso, eppure insolitamente fresco e brillante, con le paranoie
d'autore finalmente lasciate alle spalle, concentrato su ciò che sa
fare meglio. Molteplici i punti di contatto con i vecchi classici
quali Sonatine, Boiling Point, Violent cop, Hana-bi; è accantonata
però la vena più poetica, quella che andava accostando la pittura
alle esplosioni di straniante violenza. Estetica tutta concentrata
sulla fotografia, bandite le metafore, rimangono solo i burattini
manovrati dall'onore e le sue regole. Kitano calca la mano sulla
caratterizzazione dei protagonisti, ne esalta il lato grottesco fino
alla parodia, escogitando interessanti soluzioni. Su tutte troneggia
la scena del meeting tra Otomo, il suo compare Kimura e il gruppo
Hanabishi di Osaka. Contrapposti a un gruppo di yakuza vecchio
stampo, parlata biascicante e facce deformi (Lombroso docet),
troviamo un Kitano molto performante alle prese con una scaramuccia
estemporanea potenzialmente distruttiva. La rozzezza della
discussione, la crescente tensione fisica delle parti in causa, le
smorfie coreografiche, creano una sequenza al contempo esilarante e
drammatica, placata con garbo dal feroce gesto di autocannibalismo di
Kimura (si stacca un dito tra le fauci). Altri tipi o stereotipi, il
boss nippo-coreano dalla fronte altissima che suscita ilarità (ma
forse è un problema mio), il traditore che si piscia addosso tra
urletti e scongiuri, i bulli da fumetto affiliati a Kimura,
contribuiscono a rafforzare l'essenziale folklore di una società
impenetrabile come la yakuza.
![]() |
| Uomini con la fronte altissima |
Oltre l'oltraggio: la trama si
focalizza sulla doppia vendetta di Otomo e Kimura. In agguato, la
tortura che ognuno vorrebbe perpetrare al proprio peggior nemico;
chiude in bellezza, un epilogo tagliato con l'accetta. Contribuiscono
a consolidare il buon risultato un corretto equilibrio tra violenza e
humour, l'assoluta mancanza di una qualsivoglia morale a guastare la
visione, un intreccio narrativo complesso ma non ammorbante, attori
comprimari scelti con più criterio rispetto ad alcune facce da tonno
del primo capitolo. Kitano esce senza dubbio rinvigorito dalla
doppietta Outrage, a conferma delle teorie sulle sue cicliche cadute
e rinascite. Ha saputo ritrovare una poetica coerente come autore e
regista, in barba alla crisi che lo aveva investito lasciandolo
agonizzante e con un ciclo di film patetici da spiegare a un pubblico
esterrefatto. Nonostante il risultato sia certamente sottotono
rispetto ai capolavori del passato, dove era riuscito a distaccarsi
dal genere in modo imprevisto e naturale (ciclo che culmina col
sorprendente Zatoichi), la strada imboccata pare quella giusta, e noi
non possiamo far altro che chiedere, a gran voce, more of the same,
and glory to the filmmaker!
martedì 11 giugno 2013
THE WITCHER 3: WILD HUNT TRAILER
Questo trailer capita a fagiuolo, dato che sto concludendo la lettura dell'ultimo Sapkowski edito in Italia (Il tempo della guerra). Immagini che mostrano un Geralt più scontroso e risoluto del solito; del resto, c'è il girovita di Yennefer in ballo.
Godetene tutti, che è tanta roba davvero.
sabato 8 giugno 2013
THE BOYS #18 OUT NOW!
Fomento, gioia e distruzione allo stato
puro! Gli eventi messi in moto negli ultimi numeri di The Boys si
focalizzano brutalmente sull'attesissimo finale, uno spaventoso
crescendo confezionato ad arte per tenerci incollati e palpitanti
alle pagine di un numero da incorniciare. Un tripudio di
sbudellamenti, decapitazioni, decervellamenti e mutilazioni come non
se ne vedeva da un pezzo su questi lidi. Oh, e un colpo di scena
decisamente spiazzante. Vediamo molto brevemente di cosa tratta
questa serie, per i pochi eremiti che non conoscono la strana
creatura di Garth Ennis.
Quella dei Boys è una squadra che si
occupa di tenere sotto controllo i supereroi per conto della CIA.
Dietro l'immagine patriottica e benevola dei super, diffusa
capillarmente dalla multinazionale Vought-American che ne detiene i
diritti commerciali, si cela infatti una banda di psicotici, tossici,
sessuomani e disadattati di ogni specie, dotati artificialmente di
superpoteri mediante la somministrazione di un composto chimico
segreto (il "Composto V"). La squadra dei Boys di Billy Butcher,
composta dal Francese, Latte Materno, la Femmina della Specie e
Mallory, non va per il sottile quando si tratta di raddrizzare i
bastardi in calzamaglia, decimandone le fila con violente
rappresaglie condite da prese per il culo da sbellicarsi.
Quando all'ignaro scozzese Hughie viene
per errore maciullata la fidanzata da A-Train (un super del gruppo
dei Sette), Butcher lo introduce al mondo dei Boys, iniettandogli il
Composto V e mostrandogli il vero volto della Vought-American e delle
sue nefaste creazioni...
Sostanzialmente The Boys è una storia
di vendetta, quella di Butcher in primo luogo, così come quella di
Hughie (modellato sulle fattezze dell'attore Simon Pegg); si tratta
di due personaggi complementari, caratterialmente opposti, che
condividono una grave perdita a causa dei sadici trastulli dei Super.Tuttavia ciò che rende grandioso
questo fumetto è la devastante satira ai danni della cultura
supereroistica, cosa che fece naturalmente inorridire DC Comics, che
infatti cedette di buon grado la serie a Dynamite Entertainment, dopo
appena sei numeri dall'inizio delle pubblicazioni. Lo schema di genere è completamente
ribaltato: i supereroi sono perversi e abbietti, i loro fan solo
statistiche a usufrutto delle corporation, i normali esseri umani
sono giocattoli da spremere e scopare all'infinito durante le orge
degli insaziabili superuomini. Anni di cinema che cerca di propinarci
il supereroe conflittuale e problematico vengono spazzati via da un
semplice constatazione: da grandi poteri derivano peggiori
bestialità. E a me va benissimo, che non sono mai stato un gran
lettore di supereroi, pur riconoscendone tutti i meriti culturali e
le persecuzioni che ha dovuto sopportare. La serialità però non la
digerisco. Le vendite crollano e poi lo vedi cosa succede, devi fare
i revamp, i crossover, gli outing, i fisting per tenere sveglio un
pubblico anestetizzato, e in questo The Boys picchia sodo, va a
stuzzicare quel nervo scoperto con un piede di porco. L'industria del
fumetto strizza i brand fino a cavarne ogni stilla di magia in nome
del profitto: ricordate cosa fecero a Lobo? Ennis tiene duro e rimane
100% hardcore per tutti i 18 volumi, pur con qualche calo di tono qua
e là, sistemato ad hoc per allungare la broda. Beh, anche Preacher
s'impantanava a tratti, ma pochi si sono lamentati. Lo sceneggiatore
irlandese ridicolizza malamente i suoi bersagli, dal funzionario
della CIA feticista degli handicap, al vicepresidente degli Stati
Uniti visibilmente subnormale che richiede pompini a gran voce, alle
famiglie bigotte che partecipano ai raduni religiosi di facciata
organizzati dalla Vought. Non lesina su gore e dettagli pornografici,
presenti in dosi da cavallo: tutta roba ovviamente mai vista nelle
classiche saghe Marvel/DC. Il risultato è un adrenalinico, folle
spettacolo per stomaci foderati con setole di suino. Ne verrebbe
senza dubbio fuori un gran bel serial tv (l'idea c'era...), visto
anche il successo di esperimenti analoghi, alla Misfits per
intenderci. Meno fiducia ripongo nell'idea di un film, ma sarei ben felice di essere smentito.
The Boys #18, penultimo numero (negli
Stati Uniti la serie è già conclusa): dopo alcuni spin-off che
indagano le origini della missione e il passato di Butcher e
compagni, le trame convergono sullo scontro finale tra i Boys e i
Super, radunati a Washington da un folle Patriota. Butcher si getta
nella mischia pronto ad assaporare la sua vendetta, ignaro di cosa
veramente lo stia attendendo in agguato assieme al suo peggior
nemico..
Ancora un volume ci separa dunque dalla
fine: nell'attesa, ecco la splendida, eloquente copertina del prossimo numero.
Arte. Chi può davvero definirla?
mercoledì 5 giugno 2013
BOARDS OF THE DEAD
Da Tomorrow's Harvest, nuovo disco dei Boards of Canada.
Da Day of the Dead di George Romero, 1985.
A presto per la review.
mercoledì 29 maggio 2013
LA CASA (2013)
Joss Whedon e Drew Goddard avevano creato il perfetto anti-remake di Evil Dead, The Cabin in the Woods (Quella casa nel bosco): che bisogno c'era allora di ferire in nostri sentimenti con questo rifacimento sciatto, ottuso, conformista, senza shaky cam, che non lascerà un cazzo ai posteri se non la chiazza di merda sulla memoria di un cult movie senza tempo?
Ma andiamo con ordine. Partiamo dalla Oldsmobile Delta 88 gialla. David (Shiloh Fernandez) incontra la sorella Mia (Jane Levy) seduta sopra il cameo automobilistico di cui sopra, proprio all'inizio del film. Implicito messaggio allo spettatore nostalgico: toh l'auto di Ash, piantala di stare sulla difensiva, rilassati e tutto andrà benone! E in effetti tutto sembra andare benissimo nella prima mezz'ora, se escludiamo le sagome di cartone degli interpreti, un branco di orate senz'anima. Certo il cast originale non vantava sti gran cultori dello Stanislavskij, ma almeno c'erano il carisma, la fisicità e il monociglio di Bruce Campbell, più l'energia della gioventù a reggere l'impalcatura del film (giacchè siamo in tema edilizio).
Nel 2013 abbiamo solo una patina d'apatia strisciante, belle facce vuote, tant'è che nel mucchio riusciamo a distinguere solo il carattere di Mia, la sorella tossica conciata da tossica ovvero l'espediente per giustificare la presenza degli "amici" (che la vogliono redimere) nella baita degli orrori, succursale di San Patrignano. Vago sentore di moralismo statunitense, barricato in botti di ruffiana mediocrità. Mia viene insomma costretta a una degenza forzata nella Casa, coadiuvata da amici et familiari del cuore: un freakettone stranamente antidroga (Lou Taylor Pucci) e la sua morosa (Jessica Lucas), David e la sua compagna (Elizabeth Blackmore). Viene buttato lì una sorta di pippone tedioso sull'assenza di David dalle vicissitudini familiari degli ultimi anni: scopriamo così che mentre lui badava ai fatti suoi, Mia badava alla madre pazza, colleghiamo sbadigliando i pezzi del puzzle, è chiarissimo perchè ha iniziato a farsi ma non ce ne frega nulla! Meanwhile, viene scoperto IL sotterraneo, ch'è pieno di gatti morti. Omg il voodoo, si decide di ripulire il fetido bordello e così salta fuori il libro dei morti, rilegato in pelle umana ed illustrato da capaci fumettisti. Gli eventi stanno per precipitare, l'atmosfera è greve; Mia decide che deve tornare a casa per procurarsi le sostanze. Ruba la macchina e derapa via, ma si è messo in moto anche l'ineluttabile: il capellone balordo ha letto tutti i brani nefasti dal Necronomicon! Per farlo utilizza lo stesso trucco del Drugo Lebowski con l'appunto di Ben Gazzara (che mostrava un tizio col cazzo duro): appoggia dei pezzi di carta sul libro e ci sfrega su il lapis, rivelando delle malefiche iscrizioni. Morte e distruzione si abbattono su quella casa: e qui l'iperrealistica, prolungata carneficina fa del suo meglio per scuoterci dal torpore senza lesinare sul gore, ed è cosa buona..
Ma.
Non conoscerai terrore più grande, recita lo spottone del film. Probabilmente lo spettatore americano medio, quello che sobbalza in poltrona durante la proiezione di Paranormal Activity rovesciando l'abnorme pitale di burro e popcorn, si sarà spaventato moltissimo. Il film annoia. Rinunciando a qualsiasi forma d'ironia, il racconto diventa una puerile scampagnata splatter fiaccata dall'assenza di idee registiche, che pure decretarono il successo dell'epopea di Ash. Scisso in due personalità piatte e deprimenti (fratello/sorella), l'eroe non offre alcuna immedesimazione, rimedia solo sbadigli e pernacchie. L'artigianale gusto naif lascia il posto al bignamino dell'horror contemporaneo, fatto di movimenti a scatti stile Sadako, armi postmoderne come la sparachiodi, assenza di zinne per non turbare i casti sogni degli adolescenti. E pensare che c'era anche un principio di tentacular rape nella scena del bosco animato...
A completare il tristo quadretto, una raccolta di dialoghi pietosi, che gettano grande enfasi su un genere di turpiloquio in voga ai tempi dell'esorciccio (quando parlano i cattivi). La cosa più seccante è però il gioco della citazione, che mastica e risputa sottoforma di bolo viscido tranci casuali di Evil dead 1 e 2.
E così il bagno di sangue nello scantinato diventa una mesta pioggia rossa nel finale (quanti galloni stavolta?), gli arti mozzati diventano tre, l'"inghiotti questo" rivolto ad Henrietta si trasforma nel rude "Sbrana questo, bastarda", e via citando a casaccio.
Che senso ha dunque quest'operazione? Non è un remake fedele, non è un film originale: è solo un'accozzaglia di ideucce malcagate ispirate a due grandi film, dove un eroe soverchiato dalle forze del male si faceva strada a colpi di motosega, fucile a canne mozze e battute memorabili.Non si pretende di mettere originale e remake sullo stesso piano, sono passati più di 30 anni; nè si pretendeva da Fede Alvarez lo spirito pionieristico del Raimi che fu. Si chiedeva una discreta attinenza con lo spirito originale. La foga di reinvenzione reboot(tante) soccombe sempre sotto l'onda d'urto generata dallo scontro tra la fotta da hype e la dura realtà.
All'industria del remake ormai non resta che saccheggiare il body horror. Ecco, un remake di From Beyond sarebbe una cosa buona, ma non Evil dead.
Non conoscerai terrore più grande, recita lo spottone del film. Probabilmente lo spettatore americano medio, quello che sobbalza in poltrona durante la proiezione di Paranormal Activity rovesciando l'abnorme pitale di burro e popcorn, si sarà spaventato moltissimo. Il film annoia. Rinunciando a qualsiasi forma d'ironia, il racconto diventa una puerile scampagnata splatter fiaccata dall'assenza di idee registiche, che pure decretarono il successo dell'epopea di Ash. Scisso in due personalità piatte e deprimenti (fratello/sorella), l'eroe non offre alcuna immedesimazione, rimedia solo sbadigli e pernacchie. L'artigianale gusto naif lascia il posto al bignamino dell'horror contemporaneo, fatto di movimenti a scatti stile Sadako, armi postmoderne come la sparachiodi, assenza di zinne per non turbare i casti sogni degli adolescenti. E pensare che c'era anche un principio di tentacular rape nella scena del bosco animato...
A completare il tristo quadretto, una raccolta di dialoghi pietosi, che gettano grande enfasi su un genere di turpiloquio in voga ai tempi dell'esorciccio (quando parlano i cattivi). La cosa più seccante è però il gioco della citazione, che mastica e risputa sottoforma di bolo viscido tranci casuali di Evil dead 1 e 2.
E così il bagno di sangue nello scantinato diventa una mesta pioggia rossa nel finale (quanti galloni stavolta?), gli arti mozzati diventano tre, l'"inghiotti questo" rivolto ad Henrietta si trasforma nel rude "Sbrana questo, bastarda", e via citando a casaccio.
Che senso ha dunque quest'operazione? Non è un remake fedele, non è un film originale: è solo un'accozzaglia di ideucce malcagate ispirate a due grandi film, dove un eroe soverchiato dalle forze del male si faceva strada a colpi di motosega, fucile a canne mozze e battute memorabili.Non si pretende di mettere originale e remake sullo stesso piano, sono passati più di 30 anni; nè si pretendeva da Fede Alvarez lo spirito pionieristico del Raimi che fu. Si chiedeva una discreta attinenza con lo spirito originale. La foga di reinvenzione reboot(tante) soccombe sempre sotto l'onda d'urto generata dallo scontro tra la fotta da hype e la dura realtà.
All'industria del remake ormai non resta che saccheggiare il body horror. Ecco, un remake di From Beyond sarebbe una cosa buona, ma non Evil dead.
mercoledì 22 maggio 2013
A LONE DEVELOPMENT: LONE SURVIVOR
C'è un singolare aneddoto collegato
alla mia scelta di scrivere su questo survival horror indie uscito
nei negozi digitali esattamente un anno fa. Qualche sera fa seguivo
gli ipertesti relativi alla figura di Jasper Byrne, il "lone
developer" autore del gioco, per scoprire in seguito a una
dozzina di click che l'eclettico giovanotto è un producer drum
& bass, col nome da battaglia Sonic, per svariate importanti
etichette (MetalHeadz e Hospital su tutte).
Una carriera che inizia nel 2000 ed
include, tra le decine di produzioni, anche un remix dell'eccellente Pacman (2008) del celebre duo Ed Rush & Optical, dall'lp The
Creeps. Ancora videogames dunque (Sonic, Pacman): si vede che la
pulsione era irresistibile. Comunque, il fato volle che nella mia
collezioncina di cd ci fosse proprio una delle migliori produzioni
targate Sonic, raccolta nella compilation The Shopfloor Album che
possiedo dal 2001; la traccia si intitola Stars ed è una bella
scheggia di violenza old school, tornita e liquida il giusto,
abrasiva quanto basta. Saltuariamente in collaborazione col compare
Silver (altro nick in odor di Megadrive), ha prodotto negli anni una
congrua quantità di ep, si è inserito in molteplici raccolte.
Parliamo di ben 167 releases! Qui trovate la lista integrale (anf!).
Il punto è che Byrne, parallelamente,
produce tutt'altro tipo di sonorità, molto distanti dall'aggressione
perpetua tipica del sound d&b: immaginatevi la mia sorpresa nel
riascoltare Stars, il tentativo di collegarla ai tenebrosi
arrangiamenti (soprattutto strumentali) di Lone Survivor. Byrne si è
infiltrato anche nella colonna sonora del successone Hotline Miami
con ben due tracce: siamo dalle parti di un synth-pop anni '80,
genere che di recente ha goduto di una bella rinfrescata,
parallelamente alla riesumazione di certi aspetti di quegli anni bui
che ci piacciono meno (abbigliamento, pettinature, jazzercize). Il
basso pompa e la chitarra rockia (cit.), e tanto basta per garantire
a Byrne un posticino nell'olimpo dei compositori per videogame,
considerati gli illustri precedenti e l'encomiabile versatilità
creativa. Naturalmente pagherei una bella cifra per sentire cassa e
rullante sferzare le cartilagini a 1000 bpm su un gioco plasmato a
modino sulle basse frequenze. E magari il progetto è già in
cantiere, visto che Byrne abita a Tokyo (dove certe follie non sono
certo invise): sperare non costa nulla.
Lone Survivor non è il primo videogame
sviluppato da Byrne: due precedenti progetti sono usciti per Amiga,
la macchina da homework per eccellenza, feticcio nostalgico di
videoluders e techno producers fai-da-te. Si, era anche un mio
feticcio: iniziai a creare i primi modelli in Pixel Art con un Amiga
1200, i primi video 2D con Deluxe Paint e mixer audio/video, e quindi
i primi lavori pagati, quando avevo 16 anni. Il percorso di Byrne
deve avere preso però la giusta piega, tanto da attirare
l'attenzione di sua Maestà David "Frontier" Braben, che in
tempi recenti l'ha trainato sul barcone di Kinect Animals, mega
produzione per famiglie di cui poco ci frega, ma che sicuramente ha
giovato alle finanze del povero Jasper. Non a caso, uno degli aspetti
che caratterizzano il gameplay di Lone Survivor è la fame; in
un'intervista, l'autore ha dichiarato di aver dato fondo a tutti i
suoi risparmi durante la realizzazione del gioco, durata 4 anni, e di
aver lavorato anche per 48 ore di fila nelle fasi di chiusura.. Per
un clubber consumato non dev'essere stata troppo dura, qualche
rimedio per la stanchezza sarà saltato fuori.. A conferma di questa
tesi, poco dopo l'inizio di Lone Survivor riusciamo a scovare una
fornitura illimitata di tre qualità di pillole dagli effetti
variegati, il cui consumo (a discrezione del player) influisce sui 4
finali possibili.. Fame, stanchezza e dipendenza dalle droghe sono
elementi prelevati dal reale che incidono sulla tensione emotiva
provata dal giocatore. Fattori che distinguono Lone Survivor dalla
routine del classico eroe survival: spara e squarta, sposta il
mobile, mangia l'erbetta, affronta il boss e continua, sempre ebbro
di vita e scoppiettante di salute.
L'anonimo protagonista di Lone Survivor
è spesso logoro e strapazzato, sull'orlo della pazzia o dello
svenimento, in preda a dubbi atroci e allucinazioni violente. Del
resto, non saremmo conciati così anche noi in un mondo alla 28
giorni dopo? Chiude il cerchio la possibilità di completare il gioco
evitando qualsiasi spargimento di sangue (di mostro): dovrete
ragionare in termini strategici per adempiere alla vostra natura
pacifica, e regalarvi il finale migliore.
Lo spessore del gioco non si esaurisce
certo qua: sono presenti bivi, personaggi non giocanti, crafting tra
oggetti per mangiare meglio e sudare meno, animali domestici e
consolle portatili per passare il tempo e sentirvi meno soli,
dialoghi a risposta multipla ed incubi sempre differenti, una trama
per nulla scontata, dalle molteplici sfumature.. Artisticamente
l'opera è superba nel suo minimalismo pixelloso, un grande tributo
all'epoca d'oro delle avventure grafiche, al Nes, all'Amiga, al C64.
La giocabilità risente talvolta del sistema di controllo via
tastiera un tantinello macchinoso, specie quando si tratta di sparare
con l'unica arma disponibile, una pistola automatica. E tuttavia sono
leggerezze su cui si può e si deve sorvolare. Per le musiche, come
già detto, siamo su altissimi livelli. Oh, dimenticavo: se volete
provare Lone Survivor, esiste una demo in formato Flash a questo indirizzo: una prova sul campo vale più di mille parole, e poi di recensioni
ce n'è già a bizzeffe che spiegano il gioco per filo e per segno,
quasi sempre tessendone le lodi in modo sperticato. Un ottimo risultato
per un gioco che su Steam viene quasi regalato (6,99 euro).
Conclusione: come può un uomo solo
aver prodotto tutto sto ben di diavolo? E' il Lone Developer la
figura di riferimento per il futuro videoludico?
Vi lascio al trailer.
Etichette:
Divagazioni
,
Musica
,
Recensione
,
Videogames
venerdì 17 maggio 2013
AMONG THE SLEEP DEMO
Stavo per pubblicare una cosuccia su Lone Survivor (anche se è uscito l'anno scorso vale la pena di riflettere su alcuni spunti interessanti) quando è saltata fuori la demo di Among the Sleep, dei Krillbite Studio.
Lo studio in questione è appena riuscito a raggiungere l'obiettivo minimo dei 200.000 $ su Kickstarter (il celebre sito di crowd funding), con l'aggiunta mica risibile di altri 23k dollah a 41 ore dalla fine della corsa al finanziamento. Di giochi horror non ne escono mai abbastanza. Vi risparmio la filippica sulle ultime penose derive action dei maggiori brand del genere, che fanno schifo a tutti et cetera: il punto è che per un assaggio di brivido videoludico sono disposto a sorvolare su una marea di difetti, purchè il gioco abbia il giusto sugo. E dal sugo di Among the Sleep viene un buon profumo. Il punto di vista è piuttosto originale: nei panni di un bambino di due anni, visuale in soggettiva, iniziamo ad esplorare la stanza dove eravamo appisolati, gattonando con sprint tra arredi e giochi. Si prosegue nel percorso scavalcando e trascinando sedie o scatoloni per raggiungere punti altrimenti inaccessibili, mediante un metodo di interazione che ricorda l'adorato Amnesia. Una volta recuperato il fido orsetto (creatura oltremodo inquietante), il breve estratto giocabile ci porta per mano fino al confine tra sogno e realtà che fa da titolo, e che stranamente si trova nello scantinato (valà?). Tiriamo le somme: il movimento del bimbo è da vomito, non conta se avete macinato miliardi di fps, vi verranno sicuramente i capogiri, le vertigini o il colpo della strega nei casi peggiori. La grafica (come il suo motore) è datata ma pulita e va benone per un gioco indie. I pollici su vanno senza dubbio alle atmosfere, costruite su audio e direzione artistica, nonchè dalla sconcertante sensazione di guidare una creatura così atipica e goffa. Benchè sia ancora presto per stracciarsi le vesti, i presupposti per una bella esperienza ci sono tutti, basta che alla fine il protagonista non abbia la faccia di Lucius..
Se volete sovvenzionare ulteriormente il progetto, voilat la pagina Kickstarter.
In fondo alla stessa pagina trovate la demo per PC, Mac e Linux.
Ed ora il filmato di presentazione. Sogni d'oro.
Se volete sovvenzionare ulteriormente il progetto, voilat la pagina Kickstarter.
In fondo alla stessa pagina trovate la demo per PC, Mac e Linux.
Ed ora il filmato di presentazione. Sogni d'oro.
martedì 30 aprile 2013
MINUS - THE PHONOGRAPH
Scovare tesori nascosti è il
passatempo prediletto di Scrooge McDuck, al secolo Paperon de'
Paperoni: l'avaro pennuto non bada a spese quando si tratta di
trascinare il parentado in giro per il mondo, antica mappa alla mano,
a bordo dell'ennesimo, avveniristico trabiccolo, predisposto all'uopo
da un allucinato Archimede Pitagorico. Paperone deve avermi trasmesso
il morbo (avrei preferito una trasfusione di contante), e come lui da
giovane nelle miniere del Klondike, m'inerpico giornalmente nei
giacimenti dell'Internet alla ricerca di pepite audio nascoste tra la
mota.
La rete trabocca di artisti che
aspettano solo di invadere il nostro apparato uditivo. Ascoltatevi
almeno un paio di dischi al giorno, e con una certa costanza salta
fuori il drop leggendario.
E così arriviamo a questo The
Phonograph. Immaginatevi Scorn e Angelo Badalamenti che fanno un
disco assieme: ipnotico trip-hop su tappeti horror suggestivi, più
alcuni sample alla Akira Yamahoka, con quel tocco malinconico e
graffiante.. Minus prepara una ricetta da gourmet camuffando gli
ingredienti fin dalla grafica dell'lp: quel teschio vagamente
steampunk proietta (il mio) immaginario verso lidi blackmetal, o
verso qualche elucubrazione sperimentale davvero poco orecchiabile.
Evoca però anche un aspetto cruciale del disco: l'amore per
l'horror. Volendone trovare un corrispettivo cinematografico, il
design del suono ricorda la ricerca compiuta da Alan Splet per il
cinema di Lynch: suoni oscuri provenienti da dimensioni aliene
introducono brevi squarci di groove minimale, che si stempera quasi
subito nell'ambient. Il loop non è padrone come nelle produzioni di
Mick Harris (Lull, Scorn): tenta piuttosto di mettere ordine in un
paesaggio decadente, pervaso da sensazioni negative. Questo
meccanismo è evidente nella traccia più carismatica dell'album, la
numero 4: The Fields. La lunga intro crepuscolare, orchestrata su
scarni suoni artificiali e morbosi background, prepara l'innesto
improvviso di un sorprendente beat industriale, a tratti sincopato,
che tuttavia si esaurisce in poche battute. Il senso di mistero è
amplificato dalla totale assenza di voci umane: il mondo di The
Phonograph è una cripta ermetica abitata da presenze mute..
Ricollegandoci al parallelo con Alan Splet, la prima traccia
(Relapse) si presenta come un'autentica citazione al lavoro del
geniale sound designer: ricordate il carrello iniziale che esplora
l'habitat di Eraserhead, accompagnata da un disturbante riverbero
industriale in crescendo? E di nuovo l'improvvisa esplosione del beat
azzera tutto, ripartendo dal tempo per definire lo spazio.
Proseguendo nell'ascolto, ritroviamo il medesimo gioco alternato ad
esempi di ambient incontaminata, fino a giungere alla misteriosa The
13th Conjunction, lunga traccia conclusiva pervasa da
un'abissale inquietudine e priva di alcuno spunto percussivo.
Se vi piacciono il trip-hop e il cinema
horror prendete in seria considerazione l'acquisto di questo disco,
forte di una lunga gestazione (l'inizio dei lavori risale al 2008)
che traspare dalla cura riservata ad ogni aspetto produttivo. In alternativa, potete ascoltare gratuitamente l'album (che nel frattempo si è arricchito di altre 5 tracce) dal sito ufficiale di Minus linkato alla fine dell'articolo.
Incoccare le cuffie, buttare giù
qualche drink e/o tirare da uno spliff (se siete avvezzi): ecco un
buon modo per godersi le tracce predisposte da Minus per
quest'esordio nell'elettronica di qualità.
Sito ufficiale: http://minusspades.bandcamp.com/
Soundcloud: https://soundcloud.com/minustyler
Sito ufficiale: http://minusspades.bandcamp.com/
Soundcloud: https://soundcloud.com/minustyler
Bonus :)











